Ranibizumab e rischio trombotico

I dati dello studio SAILOR [Boyer D et al.: Ophthalmology 2009;116:1731-9] evidenziano che c’è una incidenza più elevata di ictus nel gruppo dei soggetti trattati con ranibizumab alla dose di 0,5 mg rispetto al gruppo in terapia con il dosaggio di 0,3 mg (1,2% rispetto a 0,7%). L’incidenza di accidenti cardiovascolari aumenta nei pazienti con storia di ictus (9,6% rispetto a 2,7%) o pregresse aritmie (3,6% rispetto a 0,5%). Sono differenze statisticamente non significative, ma in drug safety, contrariamente a quanto accade per le valutazioni dell’efficacia, un dato può costituire un segnale anche in assenza di conferma statistica. Ogni segnale di safety va considerato, analizzato e quindi, eventualmente, ridotto/eliminato con opportune azioni correttive

E’ generalmente noto che i pazienti affetti da degenerazione maculare senile hanno una elevata comorbidità per malattcomplicato dimostrare il ruolo causale del farmaco, dall’altro costituisce un fattore di rischio clinico perchè questi soggetti sono più sensibili a fenomeni che favoriscono la tromboembolia

Analizziamo il problema verificando se esiste una plausibilità farmacologica e se I dati di farmacovigilanza postmarketing consentono di sospettare una reale relazione di causalità tra le iniezioni intreavitreali di anti-VEGF e lo sviluppo di patologie su base occlusiva.

Aspetti farmacodinamici

L’inibizione cronica del VEGF riduce alcune funzioni essenziali di questo fattore di crescita, come la normale angiogenesi tissutale. tra cui la formazione di circoli collaterali nel miocardio. E’ stato ipotizzato anche che l’inibizione del VEGF-A alteri l’espressione regolata di geni proinfiammatori promotori di un processo degenerativo delle arterie, con successiva trombosi.

Il ranibizumab è un frammento di un anticorpo monoclonale ricombinante umanizzato diretto contro tutte le isoforme del fattore di crescita endoteliale vascolare umano A (VEGF-A).

Aspetti farmacocinetici:

L’assorbimento sistemico degli inibitori del VEGF usati per via intravitreale dovrebbe essere limitato. Infatti le concentrazioni sieriche di ranibizumab dopo uso intravitreale sono generalmente basse e non sufficienti a inibire il VEGF circolante. Tuttavia, non si può escludere che durante terapie protratte condotte con elevate dosi di farmaco, l’eventualità che possano interferire con il VEGF circolante non può essere esclusa.

Dati di farmacovigilanza


L’associazione tra ranibizumab ed eventi tromboembolici o ictus al momento risulta sospetta e non è ancora confermata. Dati aggiuntivi sono necessari per stabilire se tale’associazione esiste realmente e se è estendibile a tutti gli anti-VEGF, anche se le variazioni di dimensioni molecolari dei singoli principi attivi può essere un fattore molto importante per valutare il possibile assorbimento sistemico. Sembra che il rischio di eventi occlusivi compaia con l’impiego di dosaggi elevati e nei pazienti con anamnesi positiva per ictus o aritmie.

Al momento nella scheda tecnica del ranibizumab è riportato soltanto che esiste un teorico rischio di eventi tromboembolici. Quindi, per verificare se questo rischio teorico esiste nella realtà, è necessaria la collaborazione degli oculisti per rilevare e segnalare eventuali sospette reazioni avverse a ranibizumab o altri inibitori del VEGF. Oltretutto questo è un obbligo ed è, in questo caso, di fondamentale importanza ottemperlo: dovrebbe essere stimolato non solo dalle autorità sanitarie, ma dalle stesse aziende farmaceutiche produttrici di anti-VEGF per uso intravitreale.

Le informazioni utilizzate in questo articolo sono state tratte dalla pubblicazione REAZIONI – anno 4 – numero 6 – settembre 2010 consultabile sul sito dell’AIFA e dai Drug Analysis Prints, consultabili su sito MHRA